SCIENZA & AMBIENTE

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A 50 anni da "Primavera silenziosa", come sta l'ambiente?

Sono passati 50 anni da quando Rachel Carson (1907-1964), biologa e zoologa americana, riuscì a pubblicare Silent Spring (Primavera silenziosa). Era il 1962, e da  allora in molti lo hanno segnato come anno di nascita dell’ambientalismo moderno e della consapevolezza del fatto che l’azione degli uomini sta danneggiando in maniera progressiva l’ambiente naturale, nel quale gli individui e le collettività umane vivono. Da allora, la “coscienza verde” ha fatto progressi, ma lo sfruttamento dell’ambiente e l’inquinamento del pianeta Terra è continuato fino a mettere in pericolo il futuro delle prossime generazioni.

Primavera Silenziosa - Rachel Carson

Rachel Carson nacque a Springdale, in Pennsylvania, nel 1907. Come biologa insegnò presso la John Hopkins University e anche all’Università del Maryland, continuando il lavoro di ricercatrice in un laboratorio di biologia marina nel Massachusetts.

Nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso, si interessò dell’uso dei nuovi pesticidi, in modo particolare del famoso DDT, di cui ben presto scoprì gli effetti dannosi sulla catena alimentare e biologica.

I risultati delle sue ricerche, e il “grido d’allarme” che suscitarono riguardo l’effetto grave e irreversibile dei pesticidi sull’ambiente naturale, furono raccolti nel suo libro Silent Spring (Primavera silenziosa) a cui lavorò per tanti anni, riuscendo a vederlo pubblicato nel 1962. 

Un episodio, in particolare, risultò emblematico: per liberare dalle zanzare il distretto di Clear Lake  in California negli anni dell’immediato dopoguerra, la zona interessata fu trattata con grandi quantità di DDT.

Diversi anni dopo, gli studiosi scoprirono che nel plancton e nel pesce di tutta la zona la concentrazione della sostanza chimica era diventata rispettivamente di centinaia e migliaia di volte superiore a quella rintracciata nell’acqua. Negli uccelli che mangiavano pesci, la concentrazione aumentò addirittura di decine di migliaia di volte e gli animali non si riprodussero più.

L’innaturale “primavera silenziosa”, provocata dall’irresponsabile uso dei prodotti chimici, fu il segnale drammatico che la studiosa statunitense rese pubblico con il suo libro sull’inquinamento delle terre e delle acque e il conseguente degrado dell’ambiente naturale, umano e sociale.

La sua denuncia si scontrò con i forti interessi costituiti dalle potenti multinazionali che producevano i prodotti chimici messi sotto accusa. La coraggiosa studiosa e ricercatrice subì molti attacchi pubblici, che tentarono di mettere in dubbio le sue competenze e i risultati dei suoi studi.

Il suo libro-testimonianza, comunque, divenne un best seller della letteratura scientifica mondiale e non mancarono i riconoscimenti da parte del mondo accademico.

Ammalatasi di cancro, la Carson morì nel 1964, all’età di 56 anni. Anni dopo, la messa al bando del DDT e di altri prodotti chimici pericolosi furono il postumo riconoscimento – assieme alla Medaglia Presidenziale della Libertà del 1980 – del suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente naturale e per la tutela della salute umana, messa in pericolo dall’azione di quegli uomini e di quei gruppi industriali che producono – in modo irresponsabile e pensando al solo profitto del loro “business” – prodotti che avvelenano, con effetti talvolta irreversibili, l’ambiente naturale e il presente e il futuro degli esseri umani e di tutte le specie viventi.

A distanza di 50 anni da Primavera silenziosa e dall’impegno della sua coraggiosa autrice, come sta l’ambiente?

La crisi ambientale è una delle emergenze più gravi della scena sociale, politica ed economica dei nostri tempi.

Il “global warming”, il surriscaldamento globale dovuto all’”effetto serra” prodotto dalle eccessive emissioni di CO2 dovute alle attività inquinanti della produzione industriale; l’inquinamento delle terre e delle acque e l’enorme produzione di rifiuti, anche tossici, causati dall’insensato ritmo dello sviluppo socio-economico scelto per il raggiungimento del benessere materiale; l’esplosione demografica che rende ancora più grave lo sfruttamento infinito di un pianeta dalle risorse finite: queste le principali “voci” del degrado ambientale in atto.

Lo “stile di vita” occidentale, che ormai è diventato il modello sociale ed economico mondiale, rende difficile la presa di coscienza di una crisi che può mettere in discussione la qualità della vita, se non addirittura la stessa sopravvivenza degli esseri umani sul pianeta Terra.

La necessità di un nuovo equilibrio tra economia, ecologia ed equità sociale, nel rispetto delle diverse culture umane, ha prodotto di recente il concetto di “sviluppo sostenibile”, vale a dire di quell’agire economico e sociale che opera nel rispetto dell’ambiente naturale.

La “green economy”, la pratica economica e di politica industriale che cerca di imporsi come nuova strategia nella produzione e nel consumo, in armonia con gli equilibri dell’ecosistema globale, sta ottenendo molti consensi.

Gli stati nazionali e le istituzioni della governance mondiale, tuttavia, incontrano molte difficoltà nell’implementare queste pratiche nel tradizionale assetto produttivistico e consumistico globale, che da troppo tempo è percepito come il  modo “naturale” di produrre, consumare e vivere nella vita quotidiana dei cittadini del mondo.