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L'italiano non è un optional

A chi non è mai capitato di essere colto da dubbi sulla grammatica italiana? “Dà, verbo,  si scrive con l’accento o senza accento?” .“Perché vuole l’accento acuto o l’accento grave?”.  Spesso ricorrono molti errori grammaticali, alcuni ormai entrati nel gergo comune e quindi accettati anche dai grammatici, altri invece qualificabili come puri errori, o come diceva la mia maestra delle elementari, orrori grammaticali.

Se entrate in una qualsiasi libreria noterete che tra i romanzi rosa, gialli, libri storici e molti altri troverete sicuramente un angolino in cui sono riposti alcuni libri dedicati proprio al corretto uso della lingua italiana. Sfogliando uno di questi libri potrete constatare quante volte nei vostri testi scritti o mentre parlate avete usato scorrettamente una parola, avete coniugato male un verbo o semplicemente avete creduto erroneamente di essere buoni conoscitori della vostra lingua madre. Purtroppo veramente pochi sono coloro che possono reputarsi tali…forse solo gli illustri membri dell’Accademia della Crusca?

Ecco un elenco di errori più comuni, molti dei quali commessi senza nemmeno accorgercene; alcuni sembrano delle banalità, ma i latini dicevano “repetita iuvant” e allora perché non giovarsi di qualche consiglio catturato da alcuni siti creati sul web, dedicati proprio al corretto uso della grammatica italiana o da uno di quei libricini sfogliati in libreria.

A me mi piace: la forma corretta è a me piace; il mi è un pronome personale che significa “a me”, si creerebbe dunque un’inutile ripetizione.

Accellerare: è la forma scorretta di accelerare; se si pronuncia correttamente ci si accorge che c’è solo una “l”.

Perché, poiché, sicché, allorché, finché : richiedono l’accento acuto;  se si scrive la parola con il programma Word si nota che il correttore automatico corregge l’accento grave con quello acuto, per l’appunto.

Qual è: va scritto senza apostrofo, in quanto è un troncamento della parola quale. Sicuramente vi sarà capitato di trovarlo scritto anche con l’apostrofo, ma rimane comunque un errore non accettato.

Un po’: essendo un’apocope della parola poco, ci vuole l’apostrofo; è scorretto scrivere un pò.

e: richiedono sempre l’accento in quanto avverbi di luogo; scritti senza accento indicano o l’articolo determinativo (li è una forma antica di gli) o il pronome personale e dimostrativo.

Qui e qua: sono avverbi di luogo e non vanno mai accentati.

Un, una: l’articolo indeterminativo non va mai apostrofato davanti ai sostantivi e aggettivi maschili, richiede sempre l’apostrofo se precede parole femminili che iniziano per vocale.

e ne: se indica la negazione va sempre accentato; il ne senza accento è particella pronominale o pronome personale prima persona plurale (soprattutto in poesia) o preposizione semplice (sostituisce in che precede un articolo determinativo formando nel, nello, negli,nei, nella, nelle).

e se: è accentato quando indica il pronome personale riflessivo terza persona singolare e plurale; seguito da stesso è accettato anche senza accento (sé stesso oppure se stesso). Il se senza accento invece indica una congiunzione o il pronome personale terza persona singolare e plurale sostitutivo di si.

e si: se indica l’affermazione va sempre accentato; senza accento indica il pronome personale terza persona singolare e plurale o una congiunzione o avverbio (soprattutto in letteratura).

Avere: si usa come ausiliare con i verbi transitivi, con i verbi indicanti fenomeni atmosferici (forma continuata); con i verbi di moto (quando l’azione è considerata in sé).

Essere: si usa come ausiliare con i verbi intransitivi, quando i verbi sono usati nella forma passiva o riflessiva, nella forma impersonale o pronominale; con i verbi di moto (quando l’azione è in rapporto ad una meta).

Potere, volere, dovere, sapere: sono verbi servili; richiedono l’ausiliare avere quando sono usati in senso assoluto; se invece assolvono alla loro funzione di verbi servili richiedono l’utilizzo dell’ausiliare essere o avere a seconda del verbo all’infinito che li segue (ho voluto mangiare; sono potuto andare).

Dà, fa, sta: la terza persona singolare dell’indicativo presente dei verbi monosillabi non va mai accentata; l’unica eccezione è dà (verbo dare, terza persona singolare indicativo presente), che viene accentato per poter essere distinto dalla preposizione da.
Lo stesso discorso vale per do e sto, prima persona singolare del presente indicativo dei verbi dare e stare, questi non vanno mai accentati.

Ci sono parole che vanno sempre scritte tutte attaccate: dovunque non d’ovunque; finora non fin’ora; ovverosia  non ovvero sia; pressappoco non press’a poco; tuttora non tutt’ora; perfino non per fino; dorata non d’orata (piuttosto si usi d’oro).

Se non che: può essere scritto sia staccato sia in un’unica parola sennonché; i dizionari riportano anche la forma con una n: senonché.

Daltronde:  è la forma scorretta per scrivere d’altronde.

Familiare: questa è la forma corretta, non famigliare, anche se oggi quest’ultima forma è parzialmente accettata.

Disegniamo: è forma corretta della prima persona plurale dell’indicativo presente del verbo disegnare. È errato scrivere disegnamo in quanto la desinenza dei verbi della prima coniugazione è appunto –iamo. Ciò vale, ad esempio, anche per il verbo regnare: noi regniamo e non noi regnamo.

Gli: pronome personale terza persona maschile singolare che può essere usato solo per dire a lui, mai per dire a lei o a loro.

Fare: è scorretto usare questo verbo come sinonimo del verbo dire; questa è soprattutto un’usanza gergale usata in alcune zone dell’Italia: es. “Marco mi fa” invece di “Marco mi ha detto”.

Le parole che terminano in -cia e che non sono accentate sulla i di questa sillaba formano il plurale in –cie se la c è preceduta da vocale oppure in –ce se la c è preceduta da consonante. La stessa regola vale per le parole terminanti in –gia, sempre che la i della sillaba non sia accentata.

L’articolo determinativo non è mai richiesto avanti ai nomi propri di persona, né maschili né femminili. L’usanza di precedere un nome, quasi sempre femminile, con un articolo determinativo è tipica di alcuni dialetti. I cognomi invece, se riferiti a persone maschili richiedono l’articolo solo se usati al plurale (p.e. gli Scipioni); è sempre necessario l’articolo davanti al cognome femminile (p.e. la Fornero -donna, Monti -uomo).

Sufficiente, mai sufficente. Coscienza, mai coscenza. Conoscenza, mai conoscienza.

Ma però: significando la stessa cosa si tratta solo di un’inutile ripetizione.

Mica: va usata sempre in frasi negative, è scorretto l’uso in frasi affermative.

Lei: quando si dà del lei i verbi devono concordare con il pronome di terza persona singolare; se si tratta di un uomo comunque è richiesto il genere maschile per i sostantivi e gli aggettivi. L’eccezione si ha quando si usano i titoli Santità, Eccellenza, Maestà; in questo caso gli aggettivi e i sostantivi possono essere usati sia al maschile che al femminile.

Tempio al plurale è templi; è un plurale irregolare.

Tenere: è scorretto usare questo verbo come sinonimo di possedere o avere; si tratta di un’espressione tipica di alcuni dialetti.

Trovare: usato nel senso di giudicare, reputare o stimare non è corretto. (p.e. lo trovo asciutto)

Vadino: lo usava Fantozzi nel suo gergo un po’ sgrammaticato; la forma corretta della terza persona plurale del congiuntivo presente del verbo andare è vadano.

Volere: non è corretto utilizzarlo con il significato di dovere, anche in questo caso si tratta di una forma dialettale (p.e. la camicia vuole essere lavata).

Quando si usano parole straniere, in particolare quelle inglesi, non deve seguirsi la regola della s finale nelle parole al plurale: p.e. il film, i film; il computer, i computer; il link, i link.

Apostrofo: viene usato solo per indicare un’ elisione, ovvero quando la parola successiva inizia per vocale, l’ultima vocale della parola precedente viene sostituita dall’apostrofo (p.e. sull’albero); non è mai richiesto l’apostrofo quando, invece, si verifica un troncamento, ossia la caduta della vocale o della sillaba finale (p.e. gran signore).

Ovvero: ha due significati: se è usato per precisare un concetto assume il significato di ossia, vale a dire, cioè; se invece è usato con valore disgiuntivo allora significa o, oppure.

Soggetto e verbo non vanno mai separati da una virgola.

Lettera maiuscola: è necessaria sempre dopo il punto, punto esclamativo, punto interrogativo; si usa sempre nei nomi propri; i mesi e i giorni non vanno mai scritti con la lettera maiuscola.

Nelle frasi è sempre importante mantenere la concordanza dei tempi verbali.

In un testo è più corretto scrivere i numeri in lettere e non in cifre.

Bisogna sempre concordare le parole (aggettivi, sostantivi, participi passati) nel genere e numero; ci sono eccezioni nei casi in cui si parla di più cose con genere o numero differenti: p.e. Martina e Lucia sono andate al mare; Martina e suo fratello sono andati al mare; una borsa e una sciarpa rosse; una borsa e un cuscino rossi, ecc.

Last but not least: il congiuntivo, croce e delizia della lingua italiana, che rappresenta il tempo verbale che più mette in difficoltà gli italiani; purtroppo spesso  si prendono e, siamo sinceri a chi non è mai capitato?, prendiamo delle enormi cantonate sul congiuntivo.  L’errore più comune è quello di invertirlo o sostituirlo nelle frasi ipotetiche con il condizionale: p.e. lo farei se potrei, invece di lo farei se potessi. Un altro errore comune è quello di coniugare male i verbi al congiuntivo, soprattutto quello imperfetto: p.e. il congiuntivo imperfetto dei verbi dare e stare è: dessi mai dassi, stessi mai stassi.

Perdonate l’apparenza da maestrina, l’intento è semplicemente quello di far notare qualche più o meno piccolo errore che ci capita mentre scriviamo o parliamo… giusto per evitare la figura da ignorantelli. D’altronde l’italiano corretto non è un optional o un privilegio per pochi, dunque vocabolario alla mano e sfruttiamo correttamente la grammatica a nostro favore per poter esprimerci al meglio.