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Restare in Italia o andare all’estero? Questo è il dilemma

In Italia un giovane, dopo aver passato gli ultimi cinque anni a studiare qualcosa che non fosse medicina o ingegneria, è pronto a entrare nel mondo del lavoro. Con il suo bel 110 e lode compila il curriculum e lo manda alle aziende dove gli piacerebbe lavorare.

Dopo aver contattato circa un centinaio di aziende purtroppo poi si accorge che molte cercano personale che abbia già esperienza nel settore, allora il nostro bravo studente si prepara ad altri sei mesi/un anno di praticantato non retribuito alla fine del quale potrebbe essere assunto con uno stipendio base di 500/600 euro mensili. Dopo altri due anni di lavoro, sempre per la stessa azienda, potrebbe avere un aumento di stipendio intorno ai 1000 euro. Intanto il nostro giovane lavoratore ha 28 anni e a meno che non sia un uomo facoltoso, ha vissuto gli ultimi anni presso i suoi genitori, senza la possibilità di farsi una famiglia o di traslocare. Il nostro giovane lavoratore non ha poi la sicurezza di continuare a lavorare per l’azienda, “I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia”, questo afferma il presidente del consiglio Mario Monti. Perché assicurare uno stipendio fisso alla propria famiglia quando si può cambiare lavoro a stile di vita ogni mese? Cos’è la stabilità? È “noia”. Il tasso di disoccupazione tra i giovani è del 27,9%, i lavori più richiesti sono quelli di meccanico o programmatore, per tutti gli altri non c’è niente. Questo è visto dalla prospettiva di una persona che non si accontenta di fare il primo lavoro che capita, altrimenti diventa leggermente più semplice. A conti fatti si entra definitivamente nel mondo del lavoro a trenta anni. Stati come Spagna e Svizzera danno la possibilità a italiani volenterosi di trasferirsi paese e dopo 6 mesi di cominciare a lavorare definitivamente, con stipendi proporzionati allo stile di vita del territorio. Allora perché rimanere in Italia? Passare tutta la vita nello stesso paese, “diciamolo, che monotonia”.