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Abolito il valore legale della laurea?

Il governo Monti ha proposto l’abolizione del valore legale della laurea. Il titolo conseguito avrebbe pertanto un “peso” diverso in base alla qualità dell’ateneo che l’ha rilasciato, come avviene in America. E’ una buona idea?

Da un punto di vista giuridico tutti gli atenei pubblici, statali o privati, sono abilitati a rilasciare una laurea avente valore legale. Il problema riguarda gli effetti giuridici prodotti dai titoli di studio.
A mio parere questa proposta andrebbe valutata dalla parte degli studenti. Non si può pretendere che un giovane giri per l’Italia in cerca della migliore università possibile. Questo potrebbe farlo solo un benestante.
Quanto alla concorrenza nell’offerta didattica che si creerebbe tra atenei, bisogna ricordare che recentemente è già entrato in vigore un provvedimento che prevede che ogni ateneo venga controllato da un’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario con il compito di valutare la qualità della didattica offerta e l’efficienza dei corsi. Chi non ha determinati requisiti non ottiene l’accreditamento e deve chiudere. Dunque un diritto allo studio che tutela, o almeno dovrebbe, innanzitutto gli studenti.
Quando c’è concorrenza, chi offre un servizio differenzia la propria offerta e chi compra un servizio valuta al meglio quell’offerta. Il valore legale del titolo di studio ha finito con l’appiattire  l’offerta universitaria, con una serie di conseguenze: il tanto agognato “pezzo di carta” ha lo stesso valore, per i concorsi pubblici, indipendentemente dall’università che l’ha rilasciato; le famiglie sono scarsamente spronate a capire quali università offrono un buon servizio. Questa limitata propensione a valutare e scegliere fa sì che gli atenei non facciano a gara tra loro per offrire una preparazione migliore.
Certo non basta l’abolizione del valore legale del titolo di studio per cambiare il sistema universitario italiano, ma può essere un primo tassello importante per scardinare uno dei tanti elementi conservatori che si oppongono al nuovo e bloccano il Paese.