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Mancuso e la coscienza cristiana tra potere e relazione

L’opera più recente di Vito Mancuso ha un titolo programmatico: Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana (Editore Fazi). Gli spiriti più laici potrebbero già obiettare al bravo filosofo e teologo italiano che una radicale svolta della coscienza cristiana forse dovrebbe iniziare col sostituire la congiunzione posta tra le due istanze del titolo. Obbedienza o libertà, autorità o autenticità, potere o relazione.

Tutti gli scritti di Mancuso stanno a testimoniare, comunque, quella “tensione”, a volte insostenibile, che esiste da sempre tra “ricerca della verità” e “verità rivelata”, che non riguarda in fondo solo la religione, ma tutte le visioni del mondo che si propongono agli uomini non come ipotesi o letture della realtà, ma come “verità”, anzi come “la verità”.

E’ questo il problema di fondo.

Quale libertà e reale rinnovamento possono esserci dove una visione del mondo non riesce a concepire se stessa come tale, ma vive il proprio "racconto" come la “Verità” sul mondo? Quale dialogo è possibile tra una Weltanschauung che si propone/impone alle altre come unica, possibile e indiscussa verità sull’uomo e la sua esistenza?

A dire il vero, l’esortazione di Mancuso è chiara: la Chiesa cristiana deve liberarsi dal “dogma” e misurarsi con la complessa realtà del mondo. E i cristiani dovrebbero non obbedire al “potere” dell’organizzazione della religione quanto alla ricerca dell’autenticità religiosa intesa come “relazione” tra il messaggio evangelico e le coscienze dei cristiani, che vivono con gli altri uomini e le altre concezioni del mondo, in un determinato tempo storico.

Il sentimento che anima questa esortazione è la ricerca di una spiritualità più “evangelica” rispetto a quella “ecclesiastica”, dettata dalla struttura, dalla burocrazia e dal principio di autorità della Chiesa cristiana.

Qui, le ragioni del filosofo Mancuso superano – per fortuna, ma non senza una sofferta contraddizione – le ragioni del teologo.

Pur appartenendo a una “teologia della libertà”, guardata con insofferenza, se non addirittura con sospetto dal potere ecclesiastico, ogni possibile messaggio di rinnovamento della coscienza cristiana e della tormentata storia della religione, di tutte le religioni – ma anche dei “credi” politici e filosofici che hanno  determinato e dominato il cammino dell’umanità – passa attraverso l’“eresia” di una ricerca filosofica non “ancella” della teologia, ma abitata dal “dubbio” sulla stessa verità della propria visione del mondo.