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Novant'anni fa nasceva Kerouac. Una vita "sulla strada"

“Ha rappresentato per almeno due decenni un segmento consistente delle nuove generazioni americane, sostenendo con aggressività e una partecipazione tra parossistica ed estatica la parte ingrata di chi dice tormentosamente di no, a costo di rimanere prigioniero”. Nessuna frase, alla pari di questa di Claudio Gorlier, potrebbe racchiudere al meglio la vita di colui che è universalmente considerato come il padre della Beat Generation e come uno dei più grandi scrittori americani del XX secolo, che, nella sua breve esistenza, si è lasciato travolgere da un’intensità di emozioni che ha pochi eguali.

Parliamo di Jack Kerouac, autore di opere divenute dei veri e propri cult di un’intera generazione, opere che hanno al centro della narrazione i suoi numerosi viaggi da una parte all’altra degli Stati Uniti e che si caratterizzano per uno stile secco e immediato, ribattezzato dallo stesso Kerouac con il nome di “prosa spontanea”. Sono opere come I vagabondi del Dharma, Big Sur e soprattutto Sulla Strada, l’opera che più di tutti ha riassunto e incarnato gli ideali della Beat Generation.

Il periodo cruciale della sua vita fu la metà degli anni Quaranta, quando, insieme a Allen Ginsberg e William Burroughs diede vita al movimento dei beatnik, che fece della ribellione contro la rigidità morale delle generazioni precedenti il suo modo non solo di concepire l’arte, ma anche la vita. Il termine beat fu coniato proprio da Kerouac, intendendolo nel senso positivo e spirituale di una sorte di beatitudine, sottolineando come i cardini del movimento, l’esaltazione dell’amore libero e carnale, fossero l’unica strada possibile per ottenere la gratificazione eterna.

L’indomabile spirito di libertà con il quale Kerouac condusse la sua esistenza fu, però, causa della sua autodistruzione, ma, allo stesso tempo, contribuirono a creare intorno a questo personaggio un’aura di immortalità, facendolo diventare il vero e proprio manifesto della ribellione a ogni convenzione sociale. Il grande scrittore statunitense, in uno dei suoi tanti viaggi, conobbe anche il nostro Paese, quando, ormai devastato dall’uso di alcol e droghe, fu invitato dalla casa editrice Mondadori per pubblicizzare la collana della “Medusa”. Nell’ultima delle conferenze tenute nel nostro Paese, Kerouac, in evidente stato confusionale, difese a Napoli l’intervento americano nel Vietnam, venendo sommerso dai fischi.

La sua morte, tanto violenta quanto improvvisa, a soli quarantasette anni, dopo l’ennesima sbronza che gli distrusse il fegato, contribuì a collocarlo definitivamente nel mito. Ancora oggi, e probabilmente per sempre, Kerouac è il simbolo della libertà più indomabile, rappresentata proprio da quella strada di cui ne fu il più grande cantore, e che presto, grazie al regista Walter Salles (già noto al grande pubblico per un’altra opera incentrata sul mito del viaggio, I diari della motocicletta), sbarcherà nei cinema, realizzando così il sogno di Kerouac, che già nel 1957 aveva chiesto invano a Marlon Brando di comprare i diritti di On the road per farne un film.