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Tolstoj e la Castità ne "La Sonata a Kreutzer"

Lev Tolstoj, un autore ovviamente al di sopra dei limiti che sono stati imposti come traguardo invalicabile per la stragrande maggioranza dei letterati. Un romanziere, un poeta, un saggista, tutto racchiuso nel suo modo di praticare l'arte. Basta un racconto per far si che i suoi pensieri possano prendere piede nella letteratura e nella società.

Dopo aver passato anni nella completa assenza spirituale, dedicatosi al materialismo e ai valori societari, ha subito una svolta non indifferente. I raggi luminosi di una fede cristiana nuova, ma non convenzionale, hanno abbagliato i suoi giorni. Tolstoj, convertitosi alla nuova mentalità, non ha evitato di perfezionare le credenze dell'epoca secondo la sua personale visione, attaccando talvolta Chiesa, politica e società. Le catene invisibili che in questo mondo tengono bloccate le menti delle persone, nemiche giurate della verità delle cose, hanno trovato pane per i loro denti.

Una delle opere che fa riflettere può essere quello intitolato “La Sonata a Kreutzer”, un brano che Beethoven intitolò e dedicò a un omonimo violinista e che su Tolstoj ebbe un effetto, come testimonia la moglie, letteralmente ipnotico. E in questo testo tal nome ricorre, capace di suscitare emozioni sensazionali, dedite all'allegria e felicità vera, quella dell'anima, capace di trasportare il narratore, sempre come testimonia la moglie, in un mondo parallelo e spensierato.

Particolare anche lo svolgimento, nel quale un avvocato si ritrova nella carrozza di un treno. Prima scambia due chiacchiere distribuite con tutti i presenti, poi rimane solo con un uomo, mentre gli altri se ne vanno. Quell'uomo, un tale chiamato Pozdnysev, inizia il suo interminabile racconto, un resoconto di vita che si snoda tra tradimenti e intrighi di ogni genere, fino al delitto in cui culminerà: l' omicidio della moglie. Ma, in effetti, nemmeno per un istante si capisce se i tradimenti siano o no soltanto frutto della fantasia dell'uomo. Tutta la narrazione viene fatta dal suo personale punto di vista, per cui è impossibile poter avere certezze sull'accaduto. L'unica cosa davvero accertata è il fatto che nel suo modo di vivere ossessivamente geloso, anche se non dimostrato come si potrebbe pensare oggi, Pozdnysev si costruisce delle vere e proprie pellicole cinematografiche mentali a cui poi fa riferimento per uccidere la moglie. Ne costruisce delle fondamenta talmente solide e concrete che è difficile non finire in quello in cui termina la storia. Però, questa conclusione non è sinonimo di leggerezza e con sé ha significati profondi, doppi fini.

Oltre alla trama, ben intessuta e dal significato ambiguo, per certi versi, è importante fare alcune riflessioni sulla postfazione lasciata dall'autore, in cui esso voleva accordare a coloro i quali la richiedevano la risposta all'interrogativo più comune per questo tipo di testi: che cosa significa?

Punti di vista condivisibili o meno si susseguono. I primi sono rivolti verso la scienza e verso quello che ha creato. La scienza ha normalizzato il concetto di rapporto sessuale, facendolo subentrare nella morale societaria come concetto base dell'esistenza. Questo ovviamente ha portato conseguentemente a un deciso cambio di rotta, con tutte le diramazioni tra le quali è proseguita l'etica delle persone. La legalizzazione dei rapporti sessuali, giudicati fondamento della vita, l'adozione di numerosi metodi con cui evitare scomodità, quali figli e coinvolgimenti spirituali, tra persone giudicate spiriti liberi.

Questi primi fondamentali punti di vista rispecchiano dilemmi che ancora oggi, più di 120 anni dopo la stesura del racconto, tengono banco nel nostro stile di vita. La battaglia non ha raggiunto una fine e imperversa tra le fila della popolazione, tra le schiere di favorevoli e contrari, ognuno con la propria opinione.

Però è interessante parlare del punto di vista di Tolstoj, secondo il quale il “sesso” è sinonimo di “depravazione” e la castità sarebbe il metodo più efficace per andare a braccetto con Dio, il quale dice: << Lasciate le vostre famiglie e seguitemi. >>
È però altrettanto vero che Cristo diceva: << Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi >> e anche << Ama il prossimo tuo come te stesso >>, << Aiuta il prossimo nel nome del Signore >>, senza contare i numerosissimi altri discorsi che vogliono l'amore a fondamento della perpetuazione umana. Tolstoj afferma che la castità non è sinonimo di privazione d'amore, ma soltanto un mezzo per raggiungerne un grado più elevato. Dice che le persone, dedicandosi alla cura dei figli e della famiglia, perdono la vera identità che prima li aveva visti divenire un tutt'uno con Dio.

Non male come pensiero, ma con una grossa lacuna. Dio ha sempre detto di amare gli altri, ma sopratutto di continuare a vivere amando i fratelli, tutti i fratelli, ovvero anche i figli, visto che Dio è Padre di tutti. Per amare i propri figli è chiaro che debbano esserci dei figli, perché se questi non ci sono non è possibile amarli. Ne consegue che le persone devono fare dei figli per donargli amore e gratitudine, la stessa che Dio ha donato loro. Ma per procreare, è evidente, non basta l'amore spirituale e si deve ricorrere pure a quello carnale. Non sarà con la mente e con la sola anima che i piccoli acquisteranno la vita, bensì con l'unione di due persone del tutto simili, sotto il profilo fisiologico si intende. Una pecora con un uomo darebbe non pochi problemi, che venga considerato dal punto di vista religioso, abominio, o scientifico, demenza senile. Tutt'al più l'amore professato da Tolstoj è quello platonico, e avrebbe ragione se il mondo fosse un mondo spirituale. Dal momento che pure Dio, a cui lui fa riferimento, a creato il creato – perdonate il gioco di parole – è chiaro che pure l'Altissimo ha voluto andare oltre al concetto spirituale, altrimenti avrebbe creato un mondo dove soltanto spirito sarebbe esistito. Se invece così non è stato significa che anche Lui, nei piani incomprensibili che ha adottato, ha espresso l'intenzione di concedere una parte di materialismo.

Tolstoj, consapevole della sua pecca, va avanti nel suo ragionamento, evidenziando il fatto che questa similitudine che Dio ha richiesto con Gesù Cristo sia un ideale. E che la castità altro non sia che parte di questo ideale. Quindi definisce la parola “ideale”, contrapponendola a quella di “norma” o “precetto”. Afferma infatti che l'ideale << è tale solo quando la sua realizzazione è possibile in teoria, in astratto, quando appare raggiungibile solamente all'infinito, e quando, di conseguenza, le possibilità di avvicinarvisi sono infinite.>> Con queste parole risulta chiaro che un'ideale non è più tale quando viene realizzato. Quindi, secondo ciò che è qui detto, la castità è un ideale, un motivo astratto, e quindi, per questo, impossibile da realizzare.

D'accordo. Quindi, professare l'ideale, sarebbe come dire di inseguire la propria ombra. Nonostante inizialmente possano sembrare profondità inaudite, e di profondità ovviamente ce n'è una discreta parte, a un'ulteriore analisi le tesi non reggono. Questo perché, essendo l'ideale ciò che Tolstoj afferma essere, significa che la castità non potrà mai essere messa in atto. E qui si incorre in un errore del tutto fuorviante. La castità, non essendo essa un ideale, ma per stessa ammissione dell'autore una sua componente, non tende all'infinito, perché la sua sfera di competenza è invece molto più che finita. É delineata precisamente. Un'ideale non solo tende all'infinito, ma ha anche una serie di componenti infinite, perché a una attenta riflessione si possono individuare sempre più tasselli. Però, ogni tassello, ha un certo livello di attuazione ed è finito, al contrario dell'ideale. Essendo la castità una semplice componente, e non un'ideale, essa è finita, e quindi riportabile nella realtà. E se venisse trasbordata sulla realtà, dove sarebbe possibilissima da concretizzare, è palese che la popolazione umana non esisterebbe, anche contro ciò che Dio ha voluto, considerato che è stato lui a creare l'uomo e lui, alla fine, deciderà quando e come porre fine alla nostra terra, inducendo, per mano dell'uomo, catastrofi e semplici implosioni come le scritture attestano nei loro contenuti.

Accortosi anche di questa falla, Tolstoj rincara la dose, facendo appello a quello che, per certo, può essere considerato un'ideale: l'ideale di Cristo. Poiché Cristo è parte di Dio, della Santissima Trinità, esso è perfetto, quindi è impossibile attingere al suo ideale, e l'uomo, in quanto essere imperfetto, non potrà mai giungere al suo livello. Su questo si potrebbe anche convenire, se non fosse per un piccolo dettaglio.

Dio è un essere perfetto, su questo non ci piove, almeno parlando dal punto di vista di un credente come era Tolstoj. Ma se Dio è perfetto, nel momento stesso in cui si è incarnato, ha effettuato una breve parentesi. Perché Dio è, si, perfetto, ma è anche puro spirito. Nel momento in cui cessa di essere puro spirito, cessa pure di essere perfetto. L'uomo non è perfetto, quindi incarnandosi anche Gesù Cristo non era più perfetto, poiché aveva assunto delle sembianze imperfette. Per fare un banale esempio, lo spirito non può ferirsi, e anche per questo è ritenuto perfetto. Il corpo, al contrario, può contrarre malattie, può ferirsi, può faticare, ha bisogno dell'ossigeno per funzionare, ecc.

Da questi semplici accenni, consegue che l'ideale di Dio è irraggiungibile, perché essere perfetto, ma non è altrettanto per l'esempio di Cristo. Il suo ideale, come lui ha affrontato la vita, può essere messo in pratica e, di conseguenza, se tutto il mondo lo mettesse in pratica, la vita umana non esisterebbe, perché vigente nella castità, secondo le parole di Tolstoj, la quale si contrappone per sua stessa definizione alla procreazione. Con ciò si vuole solo evidenziare il fatto che tra le parole dell'autore si annidava una piccola pecca che, a seconda delle interpretazioni, potrebbe portare a non più piccoli fraintendimenti.